Di quando ho scoperto che la grammatica italiana è dolorosa.

Illustrazione by Alessia Iannetti ©

Illustrazione by Alessia Iannetti ©

Qualche mattina prima, a scuola, la maestra aveva tenuto la sua lezione di grammatica, aveva spiegato alla classe che i nomi e gli aggettivi si dicono alterati, quando con i loro suffissi diminutivi, accrescitivi, vezzeggiativi, attenuativi, dispregiativi, aggiunti alla radice del nome o delll’aggettivo modificano gli stessi in relazione alla qualità, al valore, alla quantità o dimensione.
A me non piaceva molto la lezione di grammatica, ma quella in particolare la trovai molto interessante, pensavo alle mille combinazioni che si potevano fare e ai successivi risultati che stravolgevano completamente la radice del nome o dell’aggettivo. Avevo appreso subito il concetto e non vedevo l’ora di metterlo in pratica, non solo facendo i compiti, ma anche nel mio modo di esprimermi.

A casa avrei voluto stupire un po’ tutti con una bella frase d’effetto che facesse intendere che avevo studiato e che evidenziasse il mio impegno scolastico, ma principalmente avrei voluto far colpo sul mio babbo. Lui non riuscivo mai a sorprenderlo, avevo sempre la sensazione che ogni cosa facessi era troppo poca, troppo normale e di certo dovuta. Se prendevo un bel voto era dovuto, se per strada mi facevano i complimenti per la mia buona educazione era normale e il merito era solo della famiglia e via dicendo. In compenso mi veniva sempre sottolineata ogni mia marachella di bambina ed ero solita stare a lungo in castigo, seduta in silenzio sulla seggiolina piccola… che poi marachelle davvero ne facevo poche… perchè ero sola, giocavo sola e convivevo con soli adulti, ma a lui bastava una risata più forte in un momento, a suo avviso, sbagliato o che io intervenissi in un discorso “dei grandi” che era già castigo.

Quel pomeriggio i miei avevano deciso di andare a fare gli auguri di Natale ad una coppia anziana di zii di mio papà, sapevo che questi due zii erano gli unici che aveva, gli unici rimasti ancora in vita e che lui era molto legato soprattutto allo zio, fratello di suo papà. Credo fosse perchè questo zio si prese cura di lui e della sua famiglia quando il mio papà all’età di 9 anni restò orfano di padre.
A me non piaceva affatto andare a trovarli, intanto perche abitavano in campagna e io soffrivo di mal d’auto e per arrivare da loro ci dovevamo fermare un sacco di volte perchè a me veniva da vomitare, ma principalmente perchè non mi piacevano questi due vecchietti e neppure la loro casa, l’unica cosa bella era il loro cane e pensarlo, col senno di poi, era coraggioso da parte mia, poichè in realtà il cane era basso, grasso, spellacchiato, vecchio come loro e più di una volta mi aveva morso, ma essendo bambina certe cose non le vedevo, per me quella bestiola era l’unica cosa positiva di tutta la visita agli zii.
Lui si chimava Emilio, lo zio, non lo sopportavo perchè aveva i baffi e da piccola ero terrorizzata dagli uomini con i baffi, non rideva mai e non mi degnava di uno sguardo, in più era un amante della caccia e in casa c’era odore di polvere da sparo e piombini, ma la cosa più orribile non era questa, bensì il fatto che nel corridoio erano esposti i trofei di caccia: poveri animaletti imbalsamati che mi facevano un misto fra pena e paura, al punto che attraversavo quel corridoio alla velocità della luce appiccicata alla gonna di mia madre. Ci ospitavano sempre in cucina, il regno di Isola, la zia, una donnina piccola e grassa da sembrarmi una pallina, si muoveva in modo buffo e goffo, aveva le guanciotte sempre rosse e il fiatone. Lei però mi faceva un sacco di complimenti, tanti che neppure li credevo tutti. Trafficava sempre nei fornelli, ma l’odore di cucina era sgradevole, quasi sempre. C’era odore di minestre, di cavoli, di selvaggina…un odore acre che ben si sposava con quello della polvere da sparo, dei piombini e delle cartucce da fucile.

Quel giorno mi offrirono il solito castagnaccio, un dolce tipico della mia zona, che a me non piaceva proprio; di mio mangiavo pochissimo, ma sapevo che “per non offendere la zia lo dovevo mangiare per forza”, raccomandazione che mi si faceva per tutto il viaggio dai miei e poi offrirono il solito caffè fatto nella moka sulla stufa a legna ai miei genitori e al mio babbo la classica sambuca con la mosca. Proprio mentre ingoiavo con disgusto il primo boccone di dolce, finalmente spuntò il mio amato amico cane: Billy! Fù un attimo, collegai un po’ di pensieri, pensai a quanto mio padre tenesse agli zii, alla mia lezione di grammatica, al modo migliore per sorprendere mio papà e finalmente renderlo orgoglioso di me e, dopo aver pensato la forma migliore e in mezzo al classico silenzio di chi sorseggia un caffè accompagnato dal dolce, mi rivolsi al cane tutta sorridente riempiendo bene i polmoni d’aria per fare la voce grossa e sicura, cosa che spesso mi mancava, e gli dissi: “ciao Billy, ma che bellino…….” dovevo finire e continuare dicendo “che sei!”, quando mi arrivo un ceffone sulle labbra da mio padre che mi ammutolì. Non capivo…che avevo detto di male, avevo messo in pratica una regola grammaticale, avevo studiato, dovevo essere premiata ed essere il suo orgoglio, dovevo, secondo le mie logiche, avergli fatto fare un figurone con gli zii tanto amati da lui e odiati da me. Capii da li a poco, quando mi disse di chiedere scusa a tutti per la parolaccia che avevo appena detto, di vergognarmi e che ero una bambina cattiva. Realizzai che in dialetto ligure “bellino” senza una L aveva tutt’altro significato, che è come se avessi detto “ciao Billy, ma che pene”, sfortuna mia Billy era un maschio e aveva sempre l’attributo in bella vista, a giorno….ma io ero una bambina, ci facevo caso, ma senza la minima malizia.
Tutti, a parte mamma che capiva bene l’ingiustizia, ma non mi difendeva, avevano l’aria piuttosto contrariata ed io rossa come un peperone e in lacrime chiesi scusa per un qualcosa che doveva essere bella ed invece era risulatata un orrore, una cosa di cui mio padre si era vergognato di me. Rimasi così scossa, avvilita, dispiaciuta che non riuscii a trattenere il vomito, sfidando il corridoio di animali imbalsamati corsi in bagno e mi liberai lo stomaco di quel boccone di orrendo dolce e di tutte le lacrime che non riuscii a piangere in cucina.
Rimasi in silenzio e con gli occhi bassi sino a che andammo via, anche nel viaggio di ritorno rimasi in silenzio, non sentii neppure il mal d’auto….ma a torturarmi era un male diverso, più profondo, così profondo che me lo porto nei ricordi negativi sino ad oggi; quello fù il giorno in cui ho scoperto che la grammatica italiana è dolorosa se la si serve al tavolo dell’ignoranza.
Ma questa riflessione l’ho fatta molto più tardi negli anni, in quel momento ero troppo intenta a sentirni una nullità ed a realizzare di aver deluso, ancora una volta, l’unica persona dalla quale avrei atteso una carezza e un elogio, ero troppo intenta a non capire perchè mamma non mi avesse difeso e troppo intenta a smettere di piangere, perchè un’altra regola di casa era che “chi piangnucola è una pappamolla”.
Forse quella volta lì smisi di piangere per orgoglio, perchè dentro di me sapevo che torto non ne avevo e che avevo subito un’enorme ingiustizia. Forse si comincia da bambine a diventare delle ribelli e forse son proprio le brave bambine che lo diventano con più convinzione, a volte diventano anche cattive. Fortuna che gli anni smussano gli angoli e livellano sempre gli alti e i bassi, maturano e ti aiutano a comprendere e giustificare….fortuna che esiste un tempo che accarezza e un vento che spazza via le amarezze dal cuore, che quel cuore te lo fa ritornare delicatamente piccolo… anche se al suo interno una lacrima nera come la pece sarà sempre visibile da te; questa è una delle tante lacrime nere che popolano gli anfratti bui del mio cuore.

DolceNera

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14 pensieri su “Di quando ho scoperto che la grammatica italiana è dolorosa.

  1. E forse, una di quelle ombre la stai cancellando solo oggi, con questo magnifico e delicato scritto.
    Grazie per la tela preziosa, capace di ricordarmi che, ai fantasmi ingeriti, va sempre dato un nome ed un senso.
    In qualsiasi momento della vita.
    Perché non è mai troppo tardi.
    Come & Play (John Lundun Exotic Remix) di Kojo Akusa Ft Lesego

  2. Queste sono i ricordi sgradevoli che restano per sempre con noi!
    Ps:però ,tua mamma che aveva chiaramente capito l’equivoco dovuto alla lingua e non per colpa tua ,poteva anche spiegare e difenderti dagli sguardi di disapprovazione!
    Un abbraccio e un bacione Laura cara♥
    liù

  3. vorrei credere alle favole e allora inventarmi di essere lì, non so in che qualità, non so in che forma ma lì vicino a te.
    Prenderti per mano, accarezzarti le lacrime sulle guance, spazzarle via con un bacio e dirti che i bambini sono puri e sono onesti, sono gli adulti che sbagliano , che non capiscono……e tante volte non capiamo.
    Lo so anche io che le ombre si cancellano.O, almeno, ci spero.
    So però che una traccia lieve lieve, a volte impercettibile, resta dentro.
    So però, anche, che sono anche le ombre a farci diventare ciò che siamo.
    Che ti hanno resa ciò che sei.
    Con tutto il mio affetto e la mia commozione…..Emanuela

  4. Purtroppo noi genitori non ci rendiamo conto, sul momento, degli errori che commettiamo in buona fede, solo quando riusciamo a immedesimarci nella sensibilità di un bambino possiamo capirlo. Ma non è così difficile dare amore, solo amore, siamo noi gli adulti, noi dobbiamo dare senza troppo pretendere in cambio. Solo crescendo nell’amore i nostri figli cresceranno sereni, altrimenti le colpe dei padri ricadranno sui figli, ma tante volte capiamo cose solo col passare degli anni e non ci sforziamo di chiedere scusa pensando che il tempo e l’oblio leniranno i dolori, ma non è così.

  5. Ma poi il cane belino che fine ha fatto? Una fine del cazzo ritengo. Bel post. ..di solito non ne leggo così lunghi ma mi ha fatto rivivere un tempo perduto immedesimandomi anche io in una situazione analoga con tutt’altra collocazione geografica. 10 lire e più per me

  6. Sono tanti gli errori che si commettono a causa di un equivoco o per una base di incomprensione. Puoi tentare di spiegare ma se ti accorgi che l’incomprensione nasce da un muro spesso e radicato di convincimento errato, diventa perdita di tempo. Tuo padre col suo carattere rigoroso, tu con la voglia impaziente di perforare quel muro.
    Il ricordo del brutto momento resta , ma il tempo smussa e affievolisce varie cose.
    Hai raccontato in modo fluido, penetrando nei personaggi in modo perfetto. Ricorda il mio consiglio… so di non sbagliarmi :-)

  7. Ti avevo letta già da un pò ma ho dovuto lasciar spazio all’impotenza provata. Un’impotenza mista a rabbia verso i commensali di una tavola dove l’ignoranza ha trovato il suo credo. Certi ricordi amari so bene che non si cancellano, non vengono portati via da nessun tempo, calcificano nella memoria lasciando intatto il dolore. Dispiace di più quando quei ricordi sono abbeverati dalle stesse radici, quelle forti radici che dovevano regalare vigore alla giovane pianta. I ricordi, parlarne o scriverne, non saprò mai se possa rendere il loro peso più lieve, se la memoria sarà mai così abile da cancellare il dolore per portare alla luce solo il tempo migliore.
    Non lo saprò mai Laura.
    So per certo però che il mio abbraccio per te c’è tutto ed è un abbraccio grande, davvero grande.
    Affy

  8. @ tutti: Grazie dei vostri commenti e anticipatamente ringrazio chi passerà magari dopo di me a lasciare il suo pensiero.
    In alcuni post riesco a rispondere ad ognuno di voi, in altri faccio fatica… e non è una questione nè di voglia e neppure di tempo. Il fatto è che alcuni post sono “travasi di cuore”, nascono da un pensiero e si scrivono da soli, di solito di notte, nella solitudine e il silenzio, quando il cuore fa più rumore e la mattina quasi provano vergogna, diventano timidi…li lascio sempre nel blog perchè se ci sono hanno ragione di esserci, perchè son nati per curare e dovevano prima o poi uscire allo scoperto. Magari qualcuno si è ritrovato nelle mie parole, magari qualcuno ha vissuto situazioni analoghe, ferite diverse, in modi diversi. Le cose si superano, soprattutto se certe sofferenze le hai subite da coloro che ami, che poi hai capito, ecc ecc…tutto si livella, come ho scritto…ma qualcosa resta a segnare il tuo carattere, come un marchio che non puoi lavare via.
    Non riesco a spingermi oltre a quel che ho scritto e neppure a rispondere, vogliate scusarmi. Ho apprezzato ogni singolo commento, alcuni mi hanno commosso… da certe vostre parole vi comprendo meglio e in alcuni di voi mi rifugerei certe notti in cui il cuore non vuol tacere e tutto dentro non ci sta. Grazie ancora, a tutti.
    Laura………….. che DolceNera in questo post l’ho messa in ferie.

  9. Da quanti anni tieni questo ricordo per te… e intanto chissà quante altre parole avranno sbagliato altri per te… Ma sei qui adesso. E ci sei nel migliore dei modi. Ti abbraccio…

  10. Avevo 12 anni quando in occasione del 60° compleanno di mia nonna ci fu una discussione tra ragazzi in cui io non c’entravo niente ,non so perchè (e me lo chiedo da 50 anni) ad un certo punto uno zio fratello di mio padre mi diede due fortissimi ceffoni,non fu il dolore a farmi piangere ma il fatto che mio padre che per me era Dio in terra non prese le mie difese.
    Non mi vergogno a dirlo ma per un bel pezzo portai rancore all’uomo che amavo più di me stessa,poi per fortuna mi passò,ma quello zio l’ho odiato finchè è morto e non per i ceffoni , ma per avermi fatto odiare mio padre per un certo periodo.
    Ti abbraccio forte forte Lauretta♥♥♥

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