Hokato

Dentro un fiocco di neve 1

(25 marzo)

Ogni sera scende il suo profumo sopra i silenzi che aprono le danze alle stelle. Viene da guardare dove lo spazio è finito per non offendere l’impossibilità che ha il cuore di seguire quella danza.
Tra le pietre del fiume ho visto i tuoi primi segni. Li ho dipinti su una tela che avevo conservato perché volevo fermare la visione di quelle montagne dell’ovest, come mi aveva insegnato a fare mio padre che sapeva riconoscere e capire la sfumatura di ogni colore. È stato lui che mi ha insegnato come fare.
Così, quando sei arrivato, non ho dovuto faticare a comprendere che era giunto il tempo di lasciare andare nel vento le foglie che avevo raccolto in un cesto di vimini, lasciandole seccare al sole di quel settembre, quando mi sembrava ancora impossibile considerare l’eventualità di un tuo ritorno.
Eppure sei giunto, tra i primi fiori di ciliegio di quegli alberi che, rinchiusi nei cortili, anticipano la primavera perché sono protetti dall’ombra del gelo che ancora si distende sopra i prati in viaggio verso sud, verso quelle terre profumate dell’Africa, che ancora sogno quando è sera e vado a coricarmi in mezzo ai pensieri che mi parlano sempre di te.
Anche ora che sei qui a guardarmi mentre ti racconto di un airone che ho visto arrivare silenzioso e scendere lungo le rive, tra le pietre addolcite dall’acqua che passa. Ti sei mai chiesto cosa racconta l’acqua, le favole che porta nel suo viaggio, chi la fa cadere giù dal cielo? A volte è così dolce, come le risate di un bambino che gioca con le farfalle nei prati bagnati dal sole. A volte è triste, come il pensiero di quelle donne innamorate che restano ad aspettare l’amato nell’ora di un tramonto lungo quanto gli istanti svuotati dall’ipotesi di una perdita che ancora non è stata raccontata da nessuno; eppure si immagina, sospirando, lo stupore che la inviterà ad accompagnare la solitudine nel vuoto sospeso di quel tempo che diventa musica, un sogno, una nuvola portata via dal vento.
Voglio raccontarti di me, di quando ho ballato a piedi scalzi sopra la sabbia fredda, come il mio cuore e le mani. Delle fragili dita che si muovevano nell’aria scomposta di troppe vanità, nella speranza di poter di nuovo ascoltare l’estate, il sospiro del desiderio di quei sorrisi cullati giacché neppure chi è felice sa spiegare cos’ha dentro la felicità.
Mi piacerebbe, per te, essere un fiocco di neve che cade sopra il mondo e porta con sé quei sogni bambini che gli uomini fanno e non ricordano mai. Vorrei arrivare nel tuo cuore e raccontarti di me, di quando ho ascoltato la prima volta il canto dei grilli una sera d’estate in cui la luna era quasi piena. Ero una bambina che tra le nuvole fredde dei prati d’inverno, giocava a nascondino con la percezione dei silenzi. E tu eri nascosto, come una perla, dentro i battiti del mio cuore.
Un giorno ti ho visto nei riflessi di una pozzanghera davanti a una piccola Chiesa sul mare, nell’azzurro del cielo che dopo i temporali riporta la speranza e la fiducia. C’erano i pescatori che gridavano tra le onde agitate che sugli scogli si infrangevano violente.
Tu mi guardavi come si guardano le cose lontane che sono quasi irraggiungibili, e forse così si vogliono per giustificare un viaggio che porti lontano, a crescere, a dimenticare per ricordare ancora. In una crudeltà difficile da comprendere.
Per questo quando sono tornata al fiume e c’era la neve, non avevo più nessun timore.
Neppure il mio airone era più solo. Volava insieme ai suoi compagni, sopra il mio sguardo e la mia attesa.
Si è fermato nel bianco di quella distesa ed è rimasto accanto alla mia preghiera.
Per quei giorni che dovrò vivere accanto alla gioia di averti, nella malinconia della sofferenza di chi non ha saputo capire la diversità in quel tempo utile che si è mostrato per aiutare ogni fratello.
Aspetteremo insieme di nuovo la neve, la meraviglia di quei cristalli che nel Cielo viaggiano alla ricerca di quegli uomini bambini che dimorano nella fretta di vivere quello che non hanno, in quel tempo che li consuma avidamente per potersi prendere un vantaggio sull’eternità che portano dentro. Quasi un segreto mai svelato per timore di sciuparlo, come se potesse svanire nella conoscenza acquisita.
Vorrei che fosse tutto diverso, nei colori dei sorrisi di una felicità che si espande come un raggio di sole la mattina tra le piccole fessure delle persiane socchiuse. E in questa felicità, rinnovata dall’unione del cielo superiore con il cielo inferiore, vorrei stringere la tua mano nell’ora di un tramonto che arriverà a riportarmi nella goccia di rugiada che, come una perla, scivola sul filo d’erba verso la terra.
Sarai sempre la stella di quel mattino nuovo che dolcemente scompare tra le luci del giorno restando invisibile e attenta a guardare quel movimento verso di te, che sempre attrarrà il mio vivere.
Nella luna nuova di marzo, ti porterò un fiore sbocciato tra i giardini chiusi tra le mura di vecchi castelli, dove le dame ricamavano tra cavalieri allietati dal canto degli uccelli rinchiusi nelle gabbie.
Se il suo profumo ti parlerà di me, ricordati di quei prati in cui l’erba dondolava al respiro del vento. Non ascoltare il lamento di questo tempo che grida e strepita il dolore di fratelli dimenticati per la stoltezza che ci rende fragili.
Ascolta il mio sorriso e mostrati con la fierezza che, nella compostezza di una nobiltà dimentica di servile osservazione, crea silenzio e stupore tra la folla che cerca la salvezza di un giorno nuovo, di un tempo che fa fatica a mostrarsi ancora.
Tu ricordati di quel profumo e danza ancora con me, come quella notte d’estate, tra i fiori di gelsomino, nelle tue braccia forti di quella certezza che è dei sogni che si mostrano quando l’animo è pronto a lasciarli andare perché non sono più bambini ed è tempo che insegnino la Vita. Tu ricordati di me e portami a casa. Per sempre, in quell’ancora che mostra l’eternità presente di ogni esistenza.

[tratto da “Dentro un fiocco” di neve di Giuseppina Bruno © tutti i diritti riservati all’autrice dell’opera]

…incantata di meraviglia…

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